mercoledì 1 settembre 2010

L’utilità e il piacere della carta stampata: il progresso e la conservazione

Nel mese di agosto sono stati pubblicati sui giornali alcuni articoli riguardo al futuro del libro stampato su carta.
L’argomento è sicuramente di interesse per noi, che ci siamo da sempre concentrati su rilegatura e plastificazione, e per i nostri clienti, rivenditori ed utilizzatori.
Fra gli interventi spicca quello di Umberto Eco sull’Espresso che, pur non mettendo in discussione il successo dei sistemi elettronici, invita a considerare che tante innovazioni non hanno determinato la fine dei metodi precedenti (“mai, nel corso dei secoli, un nuovo mezzo ha sostituito totalmente il precedente. Neppure il maglio ha sostituito il martello. La fotografia non ha condannato a morte la pittura (…), il cinema non ha ucciso la fotografia, la televisione non ha eliminato il cinema, il treno convive benissimo con auto ed aereo”).
Eco fa anche notare il piacere che proviene dalla lettura di carta stampata (“una bella differenza tra toccare e sfogliare un libro fresco e odoroso di stampa e tenere in mano una chiavetta”) e la comodità di poterlo fare ovunque (“neppure si vuole sostenere a ogni costo che per leggere “Guerra e pace” sotto l’ombrellone sia più comoda la forma-libro; io ne sono convinto, ma i gusti sono gusti, e auguro solo a chi ha gusti diversi di non incappare in una giornata di blackout”).
Ma tutte queste, appunto, possono essere considerate considerazioni personali soggettive. L’osservazione che invece, secondo noi, offre motivo di grande riflessione riguarda la conservazione dei documenti. (“la vera ragione per cui i libri avranno lunga vita è che abbiamo la prova che sopravvivono in ottima salute libri stampati più di cinquecento anni fa, e pergamene di duemila anni, mentre non abbiamo alcuna prova della durata di un supporto elettronico. Nel giro di trent’anni il disco floppy è stato sostituito dal dischetto rigido, questo dal dvd, il dvd dalla chiavetta, nessun computer è più in grado di leggere un floppy degli anni Ottanta e quindi non sappiamo se quanto c’era sopra sarebbe durato non dico mille anni ma almeno dieci. Quindi, meglio conservare la nostra memoria su carta).
Ci sembra proprio vero: siamo così abituati a considerare fragile la carta che non riusciamo, di primo acchito, a riconoscerne la grande superiorità in termini di robustezza e durata rispetto ad altri supporti quali appunto quelli menzionati.
Su questi concetti torna Maurizio Ferraris su Repubblica mettendo in evidenza i nuovi rischi per gli archivi: “Primo, la deperibilità dell’ hardware: i papiri sono arrivati sino a noi, i cd si smagnetizzano che è un piacere.
Secondo, l’iper-evolutività del software: noi usiamo l’ alfabeto dei Fenici, ma vai a leggere un testo di dieci anni fa in wordstar. Terzo, l’inflazione per iper-riproducibilità dei documenti: portando all’ estremo un processo già avviato con le fotocopie, il documento perde l’ aura che deriva dalla sua unicità, e alla fine niente si conserva, o tutto si conserva in maniera casuale”. E aggiunge: “un libro può essere conservato da un analfabeta, come i codici di Timbuctu, protetti dal clima secco del deserto, mentre un file richiede competenze tecnologiche elevate e costantemente aggiornate”.
Questi argomenti, dicevamo, invitano alla riflessione e, senza scalfire i tanti pregi dei sistemi elettronici, fanno apprezzare l’importanza e la potenzialità dei documenti cartacei… magari rilegati e plastificati.

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